Il mese di luglio è stato particolarmente sanguinoso per la Somalia: il Paese africano ha infatti subito un’ondata di attacchi terroristici di matrice islamica per la maggior parte riconducibili a Al Shabaab. Il gruppo sciita, originario delle regioni meridionali e fondato nel 2006, ha infatti rivendicato numerosi attentati occorsi nelle scorse settimane, come quello avvenuto nell’ufficio del sindaco di Mogadiscio, conclusosi con il ferimento di quest’ultimo e la morte di alcune persone.

Ma Al Shabaab non è il solo pericolo per la perennemente precaria situazione interna alla Somalia: la sete di riconoscimento internazionale da parte della regione secessionista del Somaliland, la presenza di truppe del Kenya alla frontiera e le continue epidemie sono infatti ulteriori guai che affliggono questo angolo tormentato del Corno d’Africa.

Una scia di sangue ininterrotta

Gli attacchi lanciati dai militanti di Al Shabaab nei confronti di civili e militari somali hanno ripreso a intensificarsi a partire dallo scorso 12 luglio, quando un commando islamista ha attaccato con un’autobomba l’Hotel Asasey a Kismayo, città portuale nel Sud del Paese occupata da Al Shabaab tra il 2011 e il 2012. L’albergo, frequentato da stranieri e ufficiali del governo, era in quel momento sede di un summit preparatorio in vista delle elezioni nello Stato federale dello Jubaland previste ad agosto. Tra le 26 vittime, uccise anche da un commando penetrato nell’hotel dopo la detonazione, anche molti cittadini di altri Paesi: un britannico, due statunitensi, tre keniani e tre tanzaniani, oltre alla popolare giornalista e blogger somalo-canadese Hodan Naleyah, morta assieme al marito. Gli scontri sono proseguiti sino al giorno successivo, quando le forze di sicurezza dello Jubaland sono finalmente riuscite a uccidere l’intero commando jihadista nel frattempo occorso sulla scena. Si teme che la crescente tensione tra il governo centrale di Mohamed Abullahi Mohamed detto “Farmajo” e i singoli stati federati del Puntland, Galmudug, HirShabelle e lo stesso Jubaland in merito all’autonomia e allo sfruttamento delle risorse naturali possano permettere ad Al Shabaab di reinserirsi in un’area, quella della Somalia meridionale, dove il suo potere era recentemente andato indebolendosi.

E proprio la capitale somala Mogadiscio è stata al centro di un altro attentato lo scorso 24 luglio, quando un attacco suicida ha colpito l’ufficio del sindaco (ed ex migrante a Londra) Abdirahman Omar Osman, trasportato in gravi condizioni in Turchia per ricevere le cure mediche necessarie. Nell’esplosione, apparentemente causata da una donna, sono morte altre sei persone. Sembra però che l’obiettivo dell’attacco non fosse Osman, ma lo statunitense James Swan, inviato speciale Onu per la Somalia, che poco prima si trovava nell’edificio.

Tra locuste e carestie

Oltre agli attacchi jihadisti, la Somalia si trova però ad affrontare anche un’altra pericolosa sfida: lo spettro di una crisi umanitaria incombe infatti sul Paese, da tempo afflitto ciclicamente da epidemie e carestie: è dei giorni scorsi l’allarme lanciato dalla Fao riguardo una possibile epidemia di locuste (amplificata dalle recenti e intense piogge nel sud della Penisola arabica) che potrebbe estendersi dallo Yemen al Corno d’Africa. Ci troviamo infatti nella stagione riproduttiva della locusta del deserto, vera e propria piaga della regione un cui sciame di ridotte dimensioni può arrivare in un giorno a nutrirsi della stessa quantità di cibo di circa 35mila persone. Si teme che la Somalia possa essere il primo Paese ad essere raggiunto dall’invasione proveniente dall’altra sponda del Mar Rosso, che entro la fine dell’anno potrebbe lambire anche parti dell’Etiopia e dell’Eritrea e il Kenya nordorientale.

Per questa ragione, la Fao ha già raccolto 300mila dollari (un terzo dei quali proviene da un fondo di emergenza stanziato dal Belgio) per organizzare una campagna di prevenzione e aiutare gli agricoltori dell’area a proteggere i loro raccolti. Inoltre, la gran parte dei bambini somali non è vaccinata contro malattie quali tetano e morbillo, e circa 3,5 milioni di loro non ricevono cure di base (per un totale di 6 milioni di persone a rischio, la metà della popolazione del Paese): si stima che il tasso di mortalità dei nati vivi sotto i 5 anni di età sia di 137 su 1000.

Kenya e Somaliland non restano a guardare

Nel frattempo, la regione secessionista del Somaliland è in fermento: autoproclamatosi indipendente nel 1991 in seguito alla caduta del regime del dittatore Siad Barre, lo “Stato dei Somali”, il cui territorio corrisponde totalmente all’ex Somalia Britannica e la cui situazione interna risulta di fatto più stabile di quella somala, cerca da tempo di ottenere il riconoscimento da parte della comunità internazionale, ma è finora riuscito soltanto a trattenere relazioni informali con alcuni governi (tra cui l’Etiopia).

A fine giugno, tuttavia, il Ministero degli esteri del Kenya ha pubblicato un controverso tweet nel quale annunciava l’incontro tra funzionari di Nairobi e rappresentanti somalilandesi per  “discutere di importanti questioni di reciproco interesse”, definendo peraltro il Somaliland “uno Stato”. Un avvenimento che ha causato un mezzo incidente diplomatico con Mogadiscio, che ha convocato l’ambasciatore keniano e definito l’accaduto “offensivo” e “dannoso” per le relazioni bilaterali con il Kenya, già da tempo fredde a causa delle dispute sul confine e sulle risorse petrolifere marittime dei due Paesi, la cui contesa verrà esaminata il prossimo settembre da un arbitrato internazionale convocato a L’Aia.

Non aiutano la sospensione dei voli diretti tra le due capitali, decisa dal Kenya “per motivi di sicurezza”, e il fatto che la zona boschiva a cavallo tra gli Stati sia da tempo ritenuta da Nairobi uno dei nascondigli prediletti dalle milizie di Al Shabaab, contro le quali le forze armate keniane hanno recentemente lanciato una vasta operazione di rastrellamento sui villaggi ai due lati della frontiera. In quest’ottica, dunque, l’avvicinamento del Kenya al Somaliland appare come una mossa tattica, e una presa di posizione ben precisa.

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