Tutto è bene quel che finisce bene. È la storia di un padre olandese, di origini turche, che è finalmente riuscito a riabbracciare la propria figlia, sottraendola alle grinfie dello Stato islamico.

L’odissea di Faruk Atici inizia due anni fa, quando sua figlia, Melis, appena ventenne, si innamora di Yusuf, un jihadista fedele all’Isis, che la radicalizza e la convince a seguirlo in Siria, promettendole “un biglietto per il paradiso”.

In preda al terrore, Faruk allerta tempestivamente le autorità e cerca, senza successo, di stabilire un contatto con la figlia. I tentativi dell’uomo sono vani: ormai Melis è una “moglie dell’Isis” e, stabilitasi in Siria, dà alla luce un bambino, nato dalla relazione con il jihadista.

Il desiderio di tornare a casa

La situazione muta dopo la morte di Yusuf, rimasto ucciso in un attacco aereo condotto dalla coalizione internazionale, a guida Usa, che combatte in Siria e in Iraq contro lo Stato islamico. Rimasta sola e con un figlio da crescere, la ragazza si mette in contatto con la sua famiglia d’origine, manifestando la volontà di tornare a casa, in Olanda.

La donna cerca più volte di attraversare illegalmente il confine turco-siriano, tentando la fortuna attraverso la tratta dei trafficanti di esseri umani. Tuttavia, ogni tentativo risulta vano e Melis viene rinchiusa in un campo di detenzione, situato nella Siria settentrionale e gestito dalle People’s Protection Units (Ypg), le milizie curde siriane, alleate degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato islamico.

L’odissea di Faruk

È a questo punto che entra in gioco Faruk, che, in prima persona, si mette sulle tracce della figlia e del nipote, di soli 5 mesi. Nell’estate del 2018, l’uomo lascia l’Olanda e raggiunge la Siria settentrionale, in un viaggio rocambolesco che lo vede attraversare la Turchia e l’Iraq in condizioni estreme, a volte costretto a proseguire il percorso a piedi o in sella a un cavallo.

Una volta raggiunto il campo di detenzione, Faruk riesce finalmente a riabbracciare la figlia. Una volta riuniti, i due abbandonano il nord della Siria e si dirigono al consolato olandese di Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’odissea, però, non è ancora finita: nella capitale curda irachena, Faruk e Melis vengono arrestati con l’accusa di essere entrati nel Paese illegalmente.

Soltanto sei mesi fa, dopo circa due mesi di detenzione, finalmente padre e figlia riescono a tornare in Olanda sani e salvi. Appena messo piede all’aeroporto di Amsterdam, tuttavia, Melis viene presa in custodia con l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione terroristica” e rimane in carcere fino al 14 gennaio, quando le vengono concessi gli arresti domiciliari.

Il ruolo delle donne nell’Isis

Il caso di Melis non è isolato. Fin dalla sua proclamazione, avvenuta il 29 giugno 2014, lo Stato islamico ha attirato decine di migliaia di simpatizzanti, provenienti da tutto il mondo. Persone che abbandonavano la loro vita nei Paesi di origine per iniziarne una nuova nei territori del Califfato, in nome degli ideali del salafismo jihadista. Tra queste, vi erano anche numerose donne: alcune giungevano in Siria e in Iraq al seguito dei propri mariti o dei propri padri, altre vi arrivavano da sole, per sposare i jihadisti.

Il ruolo delle donne dell’Isis è cambiato con il mutare delle condizioni in cui versava il Califfato. In un primo momento, le mogli dei jihadisti non partecipavano ai combattimenti. Esse avevano un ruolo ben più importante: crescere la nuova generazione di terroristi, indottrinandoli, fin da piccoli, con i principi religiosi e morali imposti dallo Stato islamico.

L’unica eccezione era rappresentata da una brigata femminile, che era considerata responsabile di controllare il comportamento delle ragazze e delle donne che vivevano all’interno dei territori del Califfato, affinché fosse sempre in linea con le norme professate dall’organizzazione.

La situazione è cambiata con l’inizio del declino dello Stato islamico. In seguito ai combattimenti per la liberazione di Mosul, l’organizzazione terroristica ha iniziato ad arruolare le donne sul campo di battaglia, dando loro il compito di condurre attacchi suicidi. Il motivo di tale cambiamento di strategia era probabilmente dovuto all’ingente perdita di combattenti uomini e alla difficoltà di reclutare nuovi jihadisti.

Le mogli dell’Isis

Sono donne che vivono in un limbo: i Paesi d’origine faticano ad accoglierle di nuovo a casa, temendo per la sicurezza nazionale, e le autorità curde vogliono liberarsene al più presto. In ogni caso, anche se riuscissero a tornare a casa, come nel caso di Melis, il loro destino in patria non è ancora chiaro e rappresenta una grande sfida per i Paesi di origine.

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