I rapporti tra Bosnia-Erzegovina e Croazia sono sempre stati tutt’altro che idilliaci. E la situazione sembra progressivamente degenerare da circa un anno, più precisamente da quando il presidente croato, Kolinda Grabar-Kitarovc, ebbe a dire che “migliaia di terroristi” avrebbero fatto ritorno in Bosnia in seguito alla caduta dello Stato Islamico. Tali dichiarazioni provocarono la furiosa reazione dei bosniaci, convinti che il proprio paese fosse strumentalizzato come capro espiatorio rispetto agli instabili equilibri della regione balcanica in virtù della predominanza dell’Islam all’interno dei propri confini. A questo proposito, organi di stampa bosniaci rivelarono che, contrariamente a quanto dichiarato dal premier croato, il numero di foreign fighters che lasciarono il paese per combattere in Siria e Iraq non superasse le 300 unità.

La nuova accusa

La tensione, tuttavia, rischia di assumere connotati ben più problematici a causa di quanto accaduto nei giorni scorsi in seguito alle dichiarazioni di Dragan Mektic, capo dei servizi di sicurezza bosniaci. Questi ha accusato la Croazia di aver ordito, tramite i propri servizi segreti, un complotto volto a screditare l’immagine della Bosnia, dipingendola -usando le parole utilizzate dello stesso Mektic in un’intervista al New York Times – come “un Paese di terroristi e di campi terroristici, nonché una minaccia alla sicurezza della regione.”

L’accusa scaturisce da un’inchiesta del portale investigativo Zurnal, il quale ha riportato che i servizi segreti croati avrebbero costretto un salafita a contrabbandare armi ed esplosivi per portarli in una moschea situata nei pressi della città di Zenica, nel cuore della Bosnia. Secondo Mektic, gli agenti, nel reclutare l’uomo, avrebbero “scavato nel suo passato e lo avrebbero ricattato.” Si tratterebbe, stando alle ricostruzioni bosniache, di un cittadino impiegato in un paese dell’Unione Europea. I servizi croati avrebbero fatto leva sulla sua appartenenza a gruppi salafiti, minacciandolo così di rendere noti tali legami se non si fosse reso disponibile all’operazione.

Non sono di pubblico dominio né la data del tentato reclutamento né l’effettivo stato dell’arte del presunto complotto. Di certo – ed è questa la convinzione dei bosniaci – l’eventuale scoperta della presenza di armi in una moschea avrebbe corroborato i sospetti relativi a un effettivo problema di terrorismo nel paese.

La smentita croata

Non si è fatta attendere la replica del governo croato. Il presidente Grabar-Kitarovic, il primo ministro Plenkovic e il ministro degli Esteri Pejcinovic, hanno, infatti, “categoricamente smentito le dichiarazioni e le accuse effettuate da Dragan Mektic” aggiungendo che “le dichiarazioni, assolutamente infondate e del tutto tendenziose, hanno il chiaro intento di mettere in discussione la fruttuosa cooperazione tra i due paesi.

Al netto della verità sulla questione, occorre ricordare che la relazione tra Croazia e Bosnia va ben oltre un problematico rapporto di vicinato. Gli equilibri socio-politici bosniaco dipendono, infatti, dalla prevedibilmente precaria armonia tra i tre principali gruppi etnico-religiosi: i musulmani bosgnacchi (maggioritario), gli ortodossi serbi e, per l’appunto, i cattolici croati. Un’escalation di tensione tra i due paesi rischierebbe, pertanto, di provocare forti ripercussioni nella politica interna bosniaca.

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