Ogni evento necessita di un contesto: il terrorismo è il paradigma rivoluzionario della nostra epoca. Come nessun’altra ideologia in Europa, l’Isis offriva in svariati soggetti un immediato senso di appartenenza. Elementi dal passato criminale con forme di delinquenza giovanile, disadattati, scontenti, soggetti schiacciati dalla società o giovani insospettabili. È proprio quel il senso di appartenenza anelato da tali individui poi consacrati alla causa della jihad che andrebbe analizzato. L’Isis garantiva una finestra di visibilità unica: da zero ad eroe (antieroe per l’occidente). Come ben sappiamo, l’Isis ha perfezionato l’utilizzo di internet, ottimizzando una macchina della propaganda pronta ad attivarsi per esaltare le gesta di un attentato nel mondo. Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad una procedura standard: il simpatizzante compiva la strage, l’Isis otteneva uno spot di portata globale determinato anche dall’assenza dei protocolli di esposizione sui media. Chiunque, senza alcuna particolare abilità, ma solo con una volontà di ferro, ha già dimostrato di poter uccidere la gente e farsi ammazzare partecipando al macabro rituale degli omicidi. La maggior parte non ha avuto bisogno di una motivazione individuale. Avvenuto l’attacco l’Isis poneva il proprio sigillo, glorificando gli esecutori ed il loro martirio nella jihad contro i miscredenti. La rete fa il resto. Romanzando il successo del terrore lo si rende accessibile a chiunque. Il terrorista della porta accanto, nonostante possa ricevere un indottrinamento sul campo, non potrà mai essere considerato alla stregua di un soldato, ma ha dalla sua l’anonimato e quella capacità di essere insospettabile. La mancanza di prospettive sia reali che percepite è il comune denominatore di tali soggetti. Questo non equivale semplicemente alla privazione socioeconomica. Per alcuni si tratta di angoscia quintessenziale adolescente. Per gli altri, però, tale mancanza di prospettive deriva da una vita di sogni infranti e da esperienze quotidiane difficili come il considerarsi cittadini di seconda classe nel proprio paese. La mancanza di prospettive non è chiaramente semplicemente la mancata occupazione o la discriminazione (sebbene uno non dovrebbe mai sottovalutarne l’impatto), si tratta di sentirsi intrappolati. Il jihadismo parla come nessuna altra ideologia agli ambienti formati da disadattati, scontenti, insoddisfatti, emarginati e schiacciati dalla società. Dibattiti febbrili sulla migrazione e sull’Islam, continueranno a determinare terreno fertile per la prossima evoluzione ideologica che prenderà il posto dell’Isis. Senza un approccio culturale serio, i messaggi radicali ed ultra-ortodossi continueranno a plasmare le future generazioni di terroristi. Come paradigma rivoluzionario della nostra epoca, il pensiero jihadista si rivolge a coloro che si sentono esclusi ed oppressi nel paese in cui vivono.

I fattori rigeneranti del terrorismo

La natura ciclica del terrorismo si basa su tre fattori rigeneranti. Il primo è legato all’esperienza storica delle organizzazioni radicali che sono riuscite a fondere la jihad con il terrorismo. I media occidentali hanno poi contribuito a perpetuare questa concezione errata. Sfruttando i conflitti locali si forma un’ideologia religiosa che si basa sul ripristino di una forma di califfato per un confronto con l’infedele Occidente. Il secondo fattore ruota attorno all’ideologia simile di questi gruppi che consente loro di raggiungere obiettivi generali condivisi senza un coordinamento organizzativo. La loro forza deriva dall’ideologia, non dai leader che possono essere eliminati. La forza centrale di queste organizzazioni è la loro base radicalmente islamica che ha un’ampia portata e che permette loro di continuare a produrre nuovi gruppi terroristici. Il terzo fattore di cui godono questi gruppi è la loro grande capacità di sfruttare le condizioni locali, come l’instabilità, i conflitti politici e settari. La forza militare è necessaria ma ha un effetto temporaneo poiché i terroristi sono in continua evoluzione e adattamento che a sua volta si traduce in longevità. Ancora oggi si ignora il piano dell’Occidente per azzerare i fattori rigeneranti alla base della natura ciclica del terrorismo. Ricordando il concetto di nebbia di Lawrence d’Arabia ed i pesci di Mao, il terrorismo è un’ideologia.

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