L’Egitto sta diventando sempre più una terra di frontiera, un Paese assediato dal terrorismo islamico. Mentre il Cairo ha rivolto gran parte dei suoi sforzi nella campagna contro l’insorgenza nel Sinai, cercando di contenere la minaccia del gruppo Wilayah Sīnāʼ affiliato all’Isis, è rimasta scoperta una vasta area del deserto occidentale che in breve tempo è diventata il terreno perfetto per la nascita di nuovi gruppi, un’insidia in più proprio a ridosso delle elezioni presidenziali in programma tra il 26 e 28 marzo.

La fetta di deserto lungo il confine con la Libia è diventata una sorta di porto franco che ha fatto proliferare una piccola galassia di gruppi legati all’Isis o al-Qaeda, che hanno approfittato della frontera porosa per contrabbandare uomini e armi. Lo scenario ricorda vagamente quello di Iraq e Afghanistan, una sorta di terra di nessuno in cui è facile nascondersi e organizzarsi per poi uscire allo scoperto. Come è successo nell’ottobre scorso.

Un commando di terroristi ha assaltato un convoglio dell’esercito. I soldati sono stati attaccati nel bel mezzo del deserto, lungo la strada tra Giza e al Wahat, in punto che dista solo un’ottantina di chilometri da Il Cairo. Il bilancio ufficiale è stato di 16 morti anche se fonti della polizia hanno parlato di una cinquantina di vittime.

Questo nuovo fronte dell’insorgenza è stato rifornito con nuovi combattenti di ritorno dalla Siria e dall’Iraq. Secondo i dati del Soufan center almeno 600 combattenti egiziani sono partiti per unirsi allo Stato Islamico o ai qeadisti di al-Nusra. Di questi una fetta consistente ha fatto ritorno unendosi ai gruppi del Sinai, mentre un’altra parte si è spostata nel deserto.

L’insidia tra le sabbie del deserto

L’area ha fatto da incubatore per la nascita di un nuovo gruppo legato ad al-Qaeda che ha rivendicato l’agguato di ottobre. Questa formazione, che si è data il nome di Ansar al-Islam, nei fatti compete direttamente con lo Stato Islamico, in un conflitto parallelo a quello con le autorità egiziane che rischia di far aumentare ancora di più la violenza nell’area. L’organizzazione, legata anche ad estremisti libici, ha dichiarato la sua alleanza ad al-Qaeda nel Maghreb (AQMI) poco dopo la sua nascita.

Nell’ultimo anno tutti questi gruppi hanno goduto di una certa libertà di movimento, sia grazie dall’appoggio più o meno diretto delle tribù del deserto, che dell’evanescenza del confine con la Libia, diventato un vero colabrodo dopo le Primavere arabe e la conseguente caduta di Gheddafi. Nel corso degli anni l’insorgenza ha colpito in modo più o meno irregolare almeno fino al 2014. Recentemente però gli attacchi si sono fatti più sofisticati arrivando anche a colpire la valle nel Nilo.

L’azione del Cairo si è snodata su due fronti. Da un lato ha lanciato una campagna militare per mettere in sicurezza il Sinai e dall’altro, con l’ausilio di mezzi ed equipaggiamento acquistato dagli Stati Uniti, sta cercando di intensificare i pattugliamenti lungo i 700 chilometri del confine. Sul piano diplomatico invece al-Sisi si sta allineando alla Russia aumentando il supporto e i contatti con Khalifa Hifter, l’uomo forte della Cirenaica che controlla parte della Libia occidentale.

Nonostante questo, e il forte appoggio di Usa e partner occidentali, il flusso di miliziani nella zona non si è mai arrestato con decisione. Il giornalista egiziano Mohannad Sabry ha raccontato al Washington Post che l’area è completamente insicura e che gli attacchi dimostrano come i terroristi siano in grado di muoversi liberamente oltre confine.

Nell’inverno del 2014 l’Isis ha rivendicato l’uccisione di un contractor americano impiegato nell’azienda di estrazione Apache Corp. attiva nel deserto occidentale. Sempre quell’anno un gruppo di miliziani ha assaltato e ucciso 21 guardie del checkpoint di Farafra nei pressi del confine con la Libia. Nel 2017, oltre all’agguato di ottobre, sono stati registrati altri due attacchi: uno a un posto di blocco che ha provocato la morte di 8 agenti, e uno contro un gruppo di cristiani in viaggio verso un monastero lungo l’autostrada occidentale.

Nel messaggio di rivendicazione dell’agguato di ottobre, Ansar al-Islam ha scritto di aver «iniziato la propria jihad con la battaglia dei leoni di Den, nei pressi dell’oasi di Bahariya». Le dimensioni del gruppo restano ignote anche se gli analisti sono convinti non sia molto numeroso. Ma questo non è sufficiente a ridurre le preoccupazioni. Secondo diversi analisti la cellula è composta da ex agenti dell’esercito egiziano ben addestrati che si sono radicalizzati nel tempo. Secondo alcuni l’organizzazione avrebbe anche tentato di uccidere il ministro dell’Interno nel 2013 mentre nel 2015 si sarebbe resa responsabile dell’autobomba che ha ucciso il procuratore distrettuale della zona.

A capo dell’organizzazione ci sarebbe Hisham al-Ashmawy, un nome non nuovo nei taccuini dei servizi segreti egiziani e occidentali. Ex soldato delle forze speciali egiziane al-Ashmawy sarebbe al comando non solo di Ansar al-Islam ma anche del gruppo terrorista Jamaat al-Murabiteen, che non va però confuso con al-Murabitun, formazione algerina vicina ad al-Qaeda guidata da Mokhtar Belmokhtar. Ashmawy in passato era alla guida della formazione jihadista Wilayat Sinai attiva nella penisola orientale dell’Egitto, ma la decisione di molti compagni di giurare fedeltà all’Isis lo portarono a scappare verso occidente arrivando a fondare nuove cellule. Secondo fonti dell’intelligence egiziana il capo di  Ansar al-Islam si troverebbe in Libia, nei dintorni della città di Derna.

Rispetto all’insorgenza nel Sinai quella nel deserto rischia di diventare molto pericolosa perché in grado di insinuarsi lungo il corso del Nilo, infilarsi nell’area, anche grazie all’appoggio di attori locali, e colpire posti lasciati scoperti dalle forze di sicurezza afghane.

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La riorganizzazione di al-Qaeda

Tra i gruppi di questa galassia ce ne sono due che recentemente Usa e Gran Bretagna hanno inserito nelle liste delle organizzazioni terroristiche, si tratta di Hasm (Harakat Sawa’id Misr ovvero Forearms of Egypt Movement) e Liwaa el-Thawra, nate rispettivamente nel 2015 e 2016.

Come ha scritto l’International Crisis Group in un report di fine gennaio a proposito dell’attacco nel deserto a ottobre, “la location dell’imboscata suggerisce che possa emerge un nuovo teatro delle operazioni legate alla Libia”. Accanto a questo, suggerisce ancora il think tank, si affiancano le attività di Liwaa El Thawra e Hassm che colpiscono soprattutto nei centri urbani del Cairo e Giza ma che non hanno ancora fatto proprie certe retoriche jihadiste.

È chiaro però che la minaccia rimane reale, soprattutto se osservata dal lato di al-Qaeda. Stando a un recente rapporto del Council on Foreign Relations solo tra Egitto e Libia ci sarebbero almeno 6 mila affiliati, più di quanti siano in azione tra Tunisia, Algeria, Mali, Niger e Nigeria. Nel rapporto scritto da Bruce Hoffman si legge che l’organizzazione guida da al-Zawahiri, nonostante l’ascesa dello Stato Islamico, è riuscita a ricostruirsi: «al-Qaeda ha implementato sistematicamente una strategia ambiziosa disegnata per proteggere quello che rimaneva della sua vecchi leadership e consolidando le aree storiche di influenza», sostiene Hoffman.

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Ma nonostante le analisi del centri studi la situazione sul campo rimane quanto mai incerta. Il governo del Cairo ha posto un veto ai giornalisti dichiarando il deserto come zona di guerra e fermando l’attività di diverse organizzazioni non governative e osservatori internazionali. Come per il Sinai anche la tensione che è stata registrata nel deserto ha risentito della cacciata del presidente Mohamed Morsi e della messa al bando della fratellanza musulmana. Una decisione che di fatto ha contribuito ad alimentare la militanza in formazioni islamiste. Anche se questo è andato di pari passo con quanto fatto dallo stesso Morsi durante gli anni delle sua presidenza, in particolare con l’amnistia che liberò non solo i cittadini incarcerati durante le proteste, ma anche diversi miliziani di al-Qaeda. In questo senso è emblematico il caso di Abu Hani Al Masri un comandante dell’organizzazione ucciso da un raid americano a Idlib, in Siria, nel febbraio del 2017. Al Masri finito in carcere nel 2005 venne liberato grazie all’amnistia e finì in Siria ad addestrare combattenti tra le file di al-Nusra.

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