Prima era stato Osama bin Laden, poi è stato il califfo leader dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi. Infine Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, il successore, ucciso in un blitz americano nel nord della Siria. Nel mezzo l’omicidio di Qasem Soleimani, generale dei Pasdaran e di quelle forze Quds che gli Usa considerano un’organizzazione terroristica, e con lui quello di Abu Mahdi al-Muhandis, vicecapo delle forze di mobilitazione popolare iraniane. Qualche mese dopo, un assassinio meno noto ma altrettanto fondamentale nelle logiche dell’intelligence statunitense e israeliana, quello di Abdullah Ahmed Abdullah, alias Abu Muhammad al-Masri. L’uomo, considerato il numero due di Al Qaeda, è stato ucciso a Teheran il giorno in cui celebrava l’anniversario delle stragi compiute nelle ambasciate statunitensi di Nairobi e Dodoma del il 7 agosto 1998

Negli ultimi anni, le morti dei vertici del terrore sono diventate un elemento fondamentale dell’agenda estera dei presidenti Usa. Un’agenda diversa, non fatta delle liturgie diplomatiche e dei corridoi delle cancellerie mondiali, ma pur sempre fondamentale. Propaganda mista a guerra. Precise scelte di intelligence unite a foto di rito nella “Situation room” della Casa Bianca, quella sala sotterranea in cui i leader Usa seguono le principali operazioni in cui sono impiegati i loro uomini migliori insieme ai vertici militari e dei servizi.

Per qualsiasi inquilino della Casa Bianca, quel momento in cui entra nella sala sotterranea della West Wing è un momento solenne. È lì che il presidente degli Stati Uniti gioca la sua partita di caccia, il tempo in cui si sveste i panni del compassato uomo di Stato, di capo della più grande democrazia del mondo, per mettersi una veste diversa: quella di comandante in capo di un’operazione speciale. Operazione che, come nei casi segnalati, si completa con uno o più omicidi. Una guerra che si esplica nel suo modo più naturale e feroce, l’uccisione del nemico. E lo fa con i mezzi audio e video che riescono a mostrare ogni secondo dell’operazione, del raid che in quel momento non può solo mettere a rischio la vita dell’élite americana, ma anche la stessa leadership del presidente. Un passo falso e la popolarità crolla, un comando sbagliato e in quel momento il raid può trasformarsi in un incubo, così come al contrario può diventare il momento di gloria. Il momento in cui il presidente offre al suo popolo il trofeo di caccia, colui che aveva terrorizzato il mondo e l’America e che ora viene depennato dalla lista nera di Washington con quel termine che viene usato sempre più spesso dalla narrazione dell’antiterrorismo: “neutralizzato”.

Certo, rispetto a qualche anno fa la percezione del fenomeno terroristico ha assunto caratteri diversi. Oggi non siamo nella fase della guerra al terrore nata sotto la presidenza di George W. Bush. Il mondo non teme Al Qaeda o l’Isis come minacce esistenziali come invece poteva considerarle fino a pochi anni fa. E questo implica che il peso di questi raid contro i nemici di sempre siano visti con minore interesse rispetto a prima. La morte di bin Laden, arrivata come una fiammata della presidenza Obama, fu certamente un unicum della storia recente americana perché quella morte, avvenuta quando ancora i soldati Usa erano impegnati in Afghanistan, aveva il sapore di una resa dei conti che molti cittadini statunitensi ancora desideravano. Già il suo successore, Trump, tra l’omicidio di al Baghdadi e quello di Soleimani riuscì a ricevere un certo slancio, ma non a rafforzare in modo così incisivo la sua presidenza. Il popolo statunitense si era ormai già mostrato stanco delle “infinite wars” a guida americana. E quelle morti, seppure rappresentavano svolte fondamentali nell’agenda estera Usa in Medio Oriente e anche dei punti finali di quei conflitti, non furono un trionfo così incisivo sul piano elettorale.

Adesso è il turno di Joe Biden, che prova a calare la carta della neutralizzazione di al-Qurayshi. Le elezioni di medio termine sono viste come un incubo dal presidente democratico. E ogni elemento che dimostri forza internazionale e capacità di azione può essere utile per rinsaldare un crollo di popolarità che preoccupa molto lo staff della Casa Bianca. Un trofeo di caccia serve sempre, certo. Ma l’impressione è che questa volta, ancor più che nei colpi precedenti, non vi sia quel senso di maggiore sicurezza o di vittoria sul campo che avrebbe dovuto alimentare il colpo. Il raid è celebrato come un’operazione di intelligence di cui ancora si sa poco – c’è chi dice che il capo dell’Isis si sia fatto esplodere e non sia stato ucciso dalle forze Usa – ma che comunque non riesce a aiutare davvero il presidente dem. Prove di forza di questo tipo, in un momento di crisi generale e disaffezione, non riescono più a scaldare il cuore nazionalista e più esigente degli Stati Uniti. E il mondo, che prima avrebbe guardato con interesse a questo tipo di blitz, oggi legge la notizia come una delle tante. Un omicidio utile, ma non un trofeo. Una caccia che ogni capo della Casa Bianca porta avanti da venti anni, ma su cui l’elettorato americano ha già scelto di svoltare pagina anche se, come ricordato da Agi, resta ancora Ayman al-Zawahiri, il successore di bin Laden. “Su di lui gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 25 milioni di dollari e – spiega l’agenzia – certamente, una stretta di mano in segno di gratitudine da parte del prossimo presidente che potrà rivendicare il successo”. Un obiettivo che Biden o il suo successore potrebbe avere già inserito nella sua lista più terribile.

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