In Italia la radicalizzazione islamista e il terrorismo jihadista mostrano caratteristiche distintive ben differenti dagli altri Paesi europei; facendo gli scongiuri non ci sono ancora stati attacchi in stile Charlie Hebdo o Bataclan e neanche attentati esplosivi come quelli di Londra e Madrid firmati al-Qaeda. Generalmente le motivazioni fornite per spiegare il particolare contesto sono tre: la prima punta sull’efficacia dell’intelligence italiana, anche a causa della lunga esperienza nel contrasto al terrorismo rosso e nero degli anni Sessanta e Settanta; la seconda ipotesi si indirizza sul fatto che i jihadisti non colpiscono in Italia perché preferiscono utilizzarla come zona di transito e come base dalla quale organizzare le proprie attività e raccogliere finanziamenti; la terza si basa invece su una presunta trattativa con lo Stato che avrebbe messo al sicuro il Paese in cambio di qualcosa, forse il chiudere un occhio su alcuni movimenti.

Premesso che le tre ipotesi non sono necessariamente in contrasto tra loro, è necessario fare alcune brevi considerazioni, in primis quella legata al buon lavoro dell’intelligence che sicuramente ha potuto beneficiare dei decenni di esperienza nella lotta al terrorismo interno; esperienza che ha portato a un notevole perfezionamento delle tecniche di sorveglianza e indagine. Tutto ciò è sufficiente a mettere al sicuro il Paese da attentati jihadisti? Difficile fornire una risposta, ma quasi tutti gli esperti d’intelligence converranno sul fatto che, per quanto si possa operare con efficacia, resta sempre un margine di rischio. Bisogna poi riconoscere il ruolo fondamentale delle espulsioni, con più di 380 provvedimenti eseguiti da inizio 2015; un modus operandi che ha permesso allo Stato di allontanare dal proprio territorio soggetti pericolosi per la sicurezza nazionale, scongiurando anche possibili attacchi.

Per quanto riguarda l’utilizzo dell’Italia come zona di transito e “hub” utile ai jihadisti, questo è un dato di fatto. L’Italia, anche per caratteristiche geografiche oltre che culturali, svolge un ruolo di “ponte” tra il nord Africa e il continente europeo ed è dunque una zona di transito ottimale e non è certo un caso che diversi attentatori che hanno colpito in Europa e in Africa settentrionale sono passati per l’Italia. Non è un caso che numerose cellule islamiste, poi sgominate, facevano base in Italia e questo è un fenomeno di vecchia data visto che già negli anni ’90 durante la guerra di Bosnia, i jihadisti (tra l’altro legati al terrorismo islamista egiziano) potevano contare su una base presso il centro islamico di viale Jenner, da dove partivano “aiuti” ai mujahideen anti-serbi. Poi, che si trattasse di “terroristi” o di “volontari” dipende dall’utilizzo politico che se ne vuole fare, perché come spiega anche Boaz Ganor, direttore dell’International Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, in assenza di una definizione oggettiva di “terrorismo”, il suo significato coincide spesso con le relative esigenze politiche.

L’Italia per certi aspetti ricopre un ruolo simile a quelli dei Balcani, altro “ponte” tra est e ovest e guarda caso anche i Balcani al momento non hanno registrato attentati della portata di Francia, Belgio, Gran Bretagna e Spagna. I Balcani, così come l’Italia, hanno inoltre svolto un ruolo chiave sia come hub islamista che come zona di transito.  Poi sicuramente i due contesti sono molto diversi, socialmente, etnicamente, politicamente e culturalmente, ma alcune similitudini ci sono.

Per quanto riguarda il terzo punto, la trattativa tra Stato e islamisti, è difficile fornire una risposta esaustiva ma a tal fine è sicuramente utile consultare il testo La trattativa Stato-Islam della giornalista Maria Francesca Musacchio che fornisce una panoramica approfondita sul tema.

La radicalizzazione nostrana

In Italia l’islamismo e il jihadismo fanno proseliti, questo è un dato di fatto, ma è bene distinguere i due fenomeni. Con “islamismo” o “Islam radicale” possiamo intendere quell’ideologia che si basa su una specifica lettura delle fonti dottrinario-ideologiche che punta alla sopraffazione e all’intolleranza, magari non ancora sfociata nella violenza fisica ma pur sempre “violenta” dal punto di vista del pensiero. Invitare certi predicatori che incitano al jihad a Gaza, a picchiare le mogli, a creare società parallele in contrasto a quella ospitante o il prendere come esempio “sapienti” che incitano al jihad in Siria sono già campanelli d’allarme, così come divulgare all’interno di certi centri islamici i testi di padri dell’islamismo come Sayyid Qutb, Abu Ala Maudoodi o Hassan al-Banna, con copie tradotte anche in italiano.

C’è poi tutto il fenomeno che sconfina nel jihadismo conclamato, con predicatori che invocano il jihad contro gli infedeli, che invitano i volontari a partire per le zone di guerra e che in certi casi reclutano. Lo si è visto con il predicatore bosniaco Bilal Bosnic, ospite in numerosi centri islamici italiani e noto reclutatore di jihadisti per l’Isis. Cellule jihadiste sono state individuate e sgominate un po’ su tutto il territorio nazionale, da nord a sud, isole incluse.

Ovviamente anche in questo caso i due fenomeni non sono necessariamente separati ed è possibile trovare delle “zone grigie” dove l’islamismo radicale e il jihadismo si intersecano e basta pensare alla chiamata alle armi contro Bashar al-Assad in Siria o contro Abdel Fattah al-Sisi in Egitto, oppure gli inviti a “cancellare” Israele. Una campagna portata avanti anche da quei Fratelli Musulmani che sono persino stati interlocutori dello Stato italiano.

Una strategia spesso basata su un doppio linguaggio e su una duplice strategia: da un lato invocare la “democrazia” e fare lobbying politico, ma dall’altra richiamare al jihad (e in ciò il leader spirituale dei Fratelli Musulmani Yusuf Qaradawi è maestro).

Internet, centri islamici e ghetti

La radicalizzazione in Italia corre su più canali, da quello “multimediale” via internet a quello “fisico” tramite incontri in vari luoghi che possono essere le “Molenbeek” nostrane piuttosto che i centri islamici. Ebbene sì, perché ci si radicalizza anche nei luoghi di culto, lo dimostrano i casi di Idris Idrizovic, di Bilal Bosnic, entrambi attivi in diversi centri islamici del nord-Italia, così come quelli di Raoudi Albdelbar (imam a San Donà di Piave, poi espulso), Abu Haronne (imam ad Andria, poi espulso) e Ahmed Elbadry (imam a Perugia, espulso).

Dalla “Molenbeek” milanese della zona Selinunte venivano poi Mohamed Game, il libico che nel 2009 si fece saltare fuori della caserma Santa Barbara nel capoluogo lombardo e Nadir Benchoufri, marocchino arrestato per terrorismo nel 2016 e condannato a 4 anni di reclusione.

Per quanto riguarda internet, è indubbio il suo ruolo fondamentale per la radicalizzazione che corre via web, non soltanto tramite forum, canali, siti e pagine social, ma anche tramite l’indottrinamento “sincrono” tramite programmi come Skype, ampiamente utilizzato ad esempio dalla siriana-canadese Bushra Haik, propagandista dell’Isis che ha radicalizzato numerose donne tra cui Maria Giulia Sergio e la sorella Marianna.

Vi è poi tutto il problema legato alla radicalizzazione nelle carceri, fenomeno in crescita e particolarmente rilevante visto che un giorno questi detenuti torneranno in strada, diventando così un potenziale pericolo.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, c’è il rischio di rientro da parte dei jihadisti di ritorno dalle zone di guerra, nonché l’infiltrazione di potenziali terroristi tramite le vie illecite di immigrazione, sia tramite rotta mediterranea che balcanica.

Insomma, la sconfitta dell’Isis in Siria non deve far abbassare la guardia sul piano della prevenzione in quanto la fase attuale è prettamente di transizione ed è plausibile che già a medio termine il jihadismo torni a colpire, magari in Europa tramite radicalizzati e rientrati, magari sfruttando anche la crescente instabilità tra nord-Africa e Sahel nonché le rotte dell’immigrazione clandestina.

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