Il ritorno dei foreign fighter fa paura all’Europa. Sono infatti circa 5mila i jihadisti europei partiti per unirsi nelle file del Califfato in Siria e Iraq. Molti di loro sono morti in battaglia mentre altri sono tornati, o sono in procinto di tornare, nei Paesi del vecchio continente.

Secondo le stime del King’s College di Londra, sarebbero circa 1800 i foreign fighter con passaporto europeo, o legati in qualche maniera ad un Paese Ue, che potrebbero ripresentarsi a Parigi, Bruxelles, Londra o Roma, pronti per sferrare un nuovo attacco. I servizi di sicurezza temono il cosiddetto effetto “blowback“, ossia l’ipotesi che i foreign fighter di ritorno possano sfruttare l’addestramento ricevuto, la conoscenza delle tecniche di guerriglia e l’utilizzo di contatti acquisiti al fronte, per organizzare attentati terroristici in Europa.

Nelle carceri curde nella Siria nord orientale si troverebbero circa 1100 combattenti dell’Isis con oltre 2mila tra donne e bambini. I vertici militari delle Sdf hanno più volte chiesto con forza ai Paesi di provenienza dei combattenti stranieri di riprendersi i loro cittadini per processarli e incarcerarli.

Ma il loro eventuale rimpatrio fa paura. I Paesi europei hanno il timore che il loro ritorno, anche se monitorato dai servizi di intelligence, metterebbe a repentaglio la sicurezza nazionale. Una loro presenza su territorio europeo potrebbe incentivare la diffusione delle idee radicali impresse nelle loro menti dalla propaganda jihadista e un’eventuale reclusione nelle prigioni europee potrebbe provocare una diffusione del radicalismo islamico nelle carceri.

Cosa fare dei prigionieri dell’Isis?

Il dibattito sul futuro dei prigionieri jihadisti è stato aperto qualche mese fa dall’Iraq. Come riportato su Inside Over, Il primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi ha dichiarato che l’Iraq potrebbe venire in soccorso degli Stati di provenienza dei foreign fighter e trasportarli dalla Siria su territorio iracheno per essere processati dalle autorità giudiziarie di Baghdad. Tale richiesta è stata accolta immediatamente dal presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha dato in consegna alle autorità irachene 13 jihadisti francesi che erano stati catturati dai curdi in Siria.

La proposta della Svezia

Ora, l’ipotesi di una Norimberga dell’Isis in Iraq per processare i crimini dei seguaci del Califfato prende piede anche nelle cancellerie europee. Il ministro dell’interno svedese Mikael Damberg ha incontrato i suoi omologhi inglese e olandese per cercare supporto nella sua proposta di creare un Tribunale internazionale, sullo stampo di quello fatto per il Ruanda e per l’ex-Jugoslavia, ma in territorio iracheno.

“Il fatto di tenere dei pericolosi jihadisti fuori dall’Europa non è il nostro obiettivo primario”, ha dichiarato Damberg al Financial Times. “Istituire un Tribunale in Iraq ci permetterebbe di essere più vicini ai testimoni e alle forze regionali curde che hanno arrestato i foreign fighter”, ha aggiunto il ministro.

Il problema della pena di morte

Uno dei problemi maggiori che un Tribunale internazionale su suolo iracheno dovrà fronteggiare è la presenza della pena di morte nella legislazione irachena per reati come quello di terrorismo e di attentato alla sicurezza nazionale.

Numerose organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, si sono immediatamente opposte all’istituzione di un tribunale in un Paese dove vige la pena capitale. Per questo motivo, le autorità curdo-siriane si sono fatte avanti proponendo la creazione del Tribunale nella parte della Siria nord orientale da loro controllata dove non vige la pena di morte. Tale ipotesi però, vedrebbe il veto di Bashar al Assad e della Russia che non vorrebbero mai vedere un Tribunale internazionale stabilirsi in un territorio conteso, dando così una prima legittimazione internazionale ai curdi siriani.

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