“Vergine. Bella. Di dodici anni. Il suo prezzo è di 12.500 dollari e presto verrà venduta”. Impossibile dimenticarsi dell’annuncio choc, apparso nei giorni scorsi su Telegram, con cui Daesh ha messo in vendita una delle 3mila prigioniere yazide che tiene in pugno.La tratta delle yazide, ma anche quella delle turkmene e delle cristiane, come dimostra il proliferare delle inserzioni, è un business redditizio. Così – tra pezzi di ricambio per moto e accessori mare – sui social network spuntano anche loro. Principalmente su Telegram, ma anche su WhatsApp e Facebook, ogni donna o ragazza è corredata di foto, descrizione e prezzo.“Registrano ogni schiava”. È questa l’altra faccia diabolica del bazar virtuale. A rivelarlo è Mirza Danai, fondatore dell’organizzazione tedesco-irachena “Luftbrucke Iraq”. Ancorato al commercio delle schiave c’è un infame database dove foto segnaletica e indicazione del “proprietario” consentono di prevenire eventuali tentativi di evasione tramite il riconoscimento della fuggitiva che, come un oggetto smarrito, verrà riconsegnata al suo carceriere.Ma dietro a questa raccapricciante realtà si nasconde un’altra verità. Parallelamente alla vetrina social corre infatti il filo della speranza. Per molte famiglie è l’unico modo per avere notizie delle giovani e in molti casi, al di là dello schermo, a trattare con gli aguzzini ci sono le organizzazioni umanitarie che, attraverso la rete, cercano di liberare queste donne. A tal riguardo, Hussein Koro al-Qaidi, direttore del comitato di assistenza agli yazidi nella città irachena di Dahuk, nei giorni scorsi ha chiesto un maggior interessamento da parte del governo di Baghdad e delle associazioni internazionali perché “il denaro per pagare contrabbandieri e riscatti si è ormai esaurito”.Per molte prigioniere yazide, quindi, l’unica prospettiva è la fuga. La libertà diventa una conquista solitaria e rischiosa. Il viso di Lamiya Aji Bashar, diciotto anni, sembra un campo di battaglia, segnato com’è dai frammenti della mina che le è esplosa accanto mentre scappava veloce dalla sua prigionia.A mostrare le sue guance martoriate al mondo è Associated Press nel corso della lunga inchiesta con cui ha denunciato la nuova frontiera del raket, partito dai mercati oscuri di Raqqa o Mosul, e cresciuto a dismisura sino ad arrivare ad “infettare” gli smartphone di chiunque.La storia di Lamiya, venduta in Iraq per diverse decine di migliaia di dollari, inizia come quella di migliaia di yazide ma si distingue nel finale. Oggi, dal suo letto di ospedale, cieca da un occhio, Lamiya continua a non rimpiangere la fuga. “Anche se avessi perso entrambi gli occhi – racconta all’Ap – ne sarebbe valsa comunque la pena, perché sono sopravvissuta”. E libera.

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