Il caposaldo di Bakhmut

Le colonne di fumo nero che si alzano all’orizzonte, alle porte di Bakhmut, fanno capire che la città già deserta e spettrale sta diventando la nuova prima linea del fronte più sanguinoso nel Donbass. “I russi sono a due chilometri e provano ad avanzare, ma noi teniamo duro”, dichiara orgoglioso il comandante Fiodor, che non si scompone di un millimetro per i bang dell’artiglieria in partenza e la risposta nemica. Capelli grigi, torso nudo, fisico da atleta, in un’altra vita faceva il sindaco di una cittadina occupata dai russi. Adesso è in trincea davanti a Popasna in mano agli invasori e rasa al suolo da una feroce battaglia. La sua postazione è mimetizzata lungo la strada principale che parte da Bakhmut. Davanti ai sacchetti di sabbia ha “impiccato” un manichino con faccia e baffetti di Hitler. Appeso al collo c’è un cartello con scritto Putin e un epiteto forte che va di moda dall’inizio della guerra.

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